MENHIR

Albert Hien. Papalapap

“No pain, No gain”. “Nessuna pena, nessun guadagno” si legge tra le scritte colorate al neon che si susseguono con altre frasi apparentemente prive di significato, o, al contrario, sentenze retoriche estrapolate da contesti diversi che Albert Hien riadatta nelle sue opere a parete. Un rivolgimento semantico di un detto comune, qui privato di significato e di giudizio e, oltretutto, cambiato. “No pain, no gain” è infatti il monito: senza pena, non c’è guadagno insomma. Albert Hien elimina il giudizio, neutralizza il significato. Le sue opere infatti non implicano una critica, ma rappresentano dei punti cardinali di uno schema lavorativo preciso. Papalapap, la mostra personale dell’artista tedesco alla galleria Menhir, sintetizza una mappatura attraverso questi punti cardinali, con la disposizione di un nucleo preciso di opere - quello legato alla parola e al neon come mezzo espressivo e quello, più rigoroso nella forma, dove parole e fraseggi scompaiono, lasciando visibili le matrici del linguaggio. L’impatto del percorso espositivo è colorato e denso: i pannelli in neon con le frasi si evolvono in righe dal blu al rosso al giallo al verde per poi, proseguendo, compiere un rivolgimento estetico in bianco e nero. Si tratta quasi di un equilibrio spirituale, un rito di passaggio tra il gioco vivace e il raccoglimento riflessivo. Come in un labirinto. O come all’interno di un grande rebus. È forse questa l’attitudine per guardare le opere dell’artista tedesco: partendo da alcune indicazioni che, come tracce linguistiche, svelano un percorso iniziato con lo studio di diversi materiali – dagli oggetti esistenti rielaborati come ready made o assemblamenti simbolici che Hien utilizzava già dai primi anni ottanta, ai materiali di scarto in relazione a oggetti d’uso quotidiano, o, ancora, i primi inserimenti della luce nelle opere – rielaborati per creare dei percorsi strutturali, degli ambienti, dei micro mondi percorribili. La luce – già visibile in progetti come Scultura Poetica, Faro & Mare per Alessandria o Altes Reich – era inizialmente naturale, richiamava il fuoco, per poi svilupparsi in un’azione più tecnica con lampade e tubi, giungendo al neon. Nel 1986 Hien vive a Los Angeles per sei mesi: qui vede Bruce Nauman, Keith Sonnier e i neon di Dan Flavin e si interroga su una nuova maniera per utilizzare lo spazio. Questa derivazione poetica e progettuale è tangibile anche dall’osservazione di artisti italiani legati all’Arte Povera come Maurizio Nannucci e poi l’utilizzo del neon di Mario Merz, Pier Paolo Calzolari o Gilberto Zorio. Ogni riflessione è oggetto preso sotto esamina può avere un rimando simbolico per Hien. Ripreso con un velo di ironia. Gli elementi quotidiani sono fonti da cui attingere: la scritta pubblicitaria di un bus; un peculiare chiosco con un bagno pubblico in mezzo a una strada di Essen, in Germania, a cui l’artista decide di apportare un’installazione permanente con una grande scritta neon sul tetto, che indica uno zoo con la freccia (Zoo, 1989); un gioco da spiaggia; un cruciverba da risolvere; la pagina di un giornale; una notizia di giornale come la vincita di Donald Trump alle elezioni americane del 2016; una casa da invadere con installazioni a creare un percorso costituito da tracce di materiali e costruzioni architettoniche mescolando rocce, detriti trovati sul territorio italiano – si trattava di un’azione all’interno di una residenza in un luogo rurale tra Roma e Frascati nel 1986 - ed elementi pre-esistenti dell’abitazione come tubi, caloriferi, colonne e l’iniziale uso del neon come elemento decorativo, ma di rottura. E poi ancora il giovanile interesse verso i quattro elementi – fuoco, acqua, terra, aria – rielaborati in maniera personale per colmare gli spazi vuoti; l’uso di materiali grezzi come il metallo, la latta, o dei detriti, uniti al marmo antico, più prezioso, come avviene per il progetto Grotteschi. Hien attua una decorazione costruttivista tra lo spazio e i suoi elementi abitativi. Questa rielaborazione di materiali e significati avveniva già dalla seconda metà degli anni ’80. Gli influssi europei del periodo in cui Hien vive, studia e inizia a lavorare, sono tanti e vari: nel suo paese, in Germania, si sviluppa quella pittura espressionista drammatica, coinvolgente e cupa; in Italia siamo agli sgoccioli della Arte Povera, che attrae appunto l’artista tedesco sotto diversi aspetti, da quello del riutilizzo degli elementi di scarto, a quello poetico del segnalare le cose attraverso un ribaltamento del quotidiano; e poi la Transavanguardia ancora, un ritorno alla pittura, che Hien schiva, seppur attraverso una pittura più giocosa, ironica, che gli è utile per creare dei codici linguistici e un vero e proprio vocabolario dove le immagini sostituiscono le lettere. Albert Hien è un quieto osservatore che, esplorando le situazioni che lo circondano, le cose che accadono e piacciono agli altri – il gioco, per esempio – ha creato dei codici linguistici precisi e personali, che indicano altri modi di vedere le cose. Questi mezzi possono essere elaborati attraverso la sottrazione di segni e figure, l’assenza di significato, o la nascita di un senso consequenziale, alla maniera di Jung, di esporre dei concetti. Anche la luce rappresenta un’immagine, un concetto. Parole, segni, luce: “un sistema”, racconta l’artista. Un manuale in cui sono custoditi dei codici elaborati in quarant’anni di composizione formale di opere. Hien crea un linguaggio, fatto di segni, di numeri, di luci, di giochi e di soluzioni. “Sono un creatore di regole. Una volta create queste regole, questi giochi, questi meccanismi, allora posso giocare io e fare giocare gli altri” diceva Alighiero Boetti. Papalapap è un gioco, riprende quei sudoku e rebus che Albert Hien vede realizzare dalle persone in spiaggia, o in giro per le edicole o sui manifesti. È attratto dal fatto che, nel giornale dopo, o nella pagina in fondo, vengano date le soluzioni. Così anche lui indica delle soluzioni sistemiche semplici e d’impatto. Il suono onomatopeico di “papalapap” è la traduzione esemplare del “senso di trasformazione poetica” dell’opera di Hien. Non si tratta del suono senza senso dadaista, ma della ripresa di quel “bla bla bla” chiacchiericcio che indica delle sciocchezze dette superficialmente. Proprio come superficiale e fuorviante è la maggior parte delle immagini, delle scritte e dei segnali a cui la società sottopone quotidianamente lo spettatore ignaro. Albert Hien non utilizza mai testi e parole sue: è uno sculture, decostruisce e combina parole e immagini, lettere e materiali. “La luce forte e il colore del neon servono a creare una contraddizione tra il primitivo luogo comune e l’adorabile e il sofisticato”, scrive l’artista. Concentriamoci su questi codici, dunque. Leggiamoli, rileggiamoli, cerchiamo di comprenderli, o anche di non rielaborarli, con la consapevolezza che i modi per leggere e raccontare le cose sono probabilmente infiniti, grazie ai temi e alle interpretazioni che ci sono date, con l’ironico rischio di perderci nella traduzione.
Rossella Farinotti

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