FRITTELLI ARTE CONTEMPORANEA

Tomaso Binga. Alfabeto monumentale a cura di Raffaella Perna

Nel 1976 Tomaso Binga, pseudonimo adottato nel 1971 da Bianca Pucciarelli per denunciare le discriminazioni subite dalle donne nel campo dell’arte, dà vita a uno dei suoi lavori più significativi, l’Alfabetiere murale, in cui compone con il suo corpo nudo le lettere dell’alfabeto per formulare un vocabolario nuovo, soggettivo e corporeo, concepito in antitesi all’astrazione e all’universalità del linguaggio verbale, considerato inautentico e incapace di dare voce alle esperienze delle donne. A distanza di circa 40 anni con la mostra Alfabeto monumentale Tomaso Binga torna a riflettere sul potere del linguaggio, sull’espressività del corpo e sull’identità femminile, modellando parole e frasi con lettere che riproducono la sua altezza reale (1.60 m). Alla grandiosità di questi nuovi “segni-scultura” fa da contrappunto la fragilità del materiale scelto, il polistirolo, che l’artista utilizza sin dalla prima personale per la sua duplice valenza di sostanza duttile e di elemento tecnologico tipico degli imballaggi prodotti dalle società a capitalismo avanzato. Con questa serie Binga ripensa i canoni stessi del monumento, optando per un materiale leggero e povero, in contrasto con quelli tradizionalmente impiegati nelle opere monumentali, pensati per sconfiggere il tempo. Binga riscatta questo materiale di scarto, prodotto simbolo di una società dell’usa e getta, plasmandolo secondo una corporeità non omologata ai canoni estetici dominanti, ma vissuta ed esibita con naturalezza e ironia per dare spazio “all’imperfetto, all’errore, al fuori-posto”. Legato alle idee sviluppate dai movimenti femministi degli anni ‘70, l’Alfabeto monumentale di Binga celebra il potere delle donne di pensarsi e di rappresentarsi come soggetti attivi della storia, proponendo un’idea alternativa di monumento, genere concepito per celebrare valori come la forza, l’eroismo, il coraggio, il patriottismo, storicamente associati al maschile.

Tomaso Binga. Alfabeto monumentale. Curated by Raffaella Perna

In 1976 Tomaso Binga, a pseudonym adopted in 1971 by Bianca Pucciarelli to denounce the discrimination suffered by women in the art field, created one of her most significant works, the Alfabetiere murale, in which she composed the letters of the alphabet with her naked body to formulate a new subjective and corporeal vocabulary, conceived as an antithesis to the abstraction and universality of verbal language, considered inauthentic and incapable of giving voice to women's experiences. About 40 years later, with the exhibition Alfabeto monumentale, Tomaso Binga returns to reflect on the power of language, the expressiveness of the body, and female identity, shaping words and phrases with letters that reproduce her actual height (1.60 m). The grandeur of these new "signs-sculpture" is counterbalanced by the fragility of the material chosen, polystyrene, which the artist has used since her first solo exhibition for its dual role as a ductile substance and a technological element typical of the packaging produced by advanced capitalist societies. With this series, Binga rethinks the very canons of the monument, opting for a light and poor material, in contrast with those traditionally used in monumental works, designed to defeat time. Binga redeems this waste material, a symbolic product of a disposable society, moulding it according to a corporeity that is not homologated to the dominant aesthetic canons, but experienced and exhibited with naturalness and irony to give space to "the imperfect, the error, the out-of-place". Linked to the ideas developed by the feminist movements of the 1970s, Binga's Alfabeto monumentale celebrates the power of women to think of themselves and represent themselves as active subjects of history, proposing an alternative idea of monument, a genre conceived to celebrate values such as strength, heroism, courage, and patriotism, historically associated with men.

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