OSSERVATORIO ARTE FIERA

photo

Cesare Pietroiusti

Cesare Pietroiusti (1955, Roma) è un artista visivo, fondatore e coordinatore di molti centri di ricerca, progetti e convegni d’arte. Dal 1977 ha esposto in spazi privati e pubblici, deputati e non, in Italia e all’estero. Con una formazione di medico psichiatra, Pietroiusti ha sempre dimostrato un interesse specifico per le situazioni paradossali o apparentemente irragionevoli, comunemente “considerate troppo insignificanti per diventare motivo di analisi o di rappresentazione”.
Attualmente il MAMbo ospita la sua prima retrospettiva museale a cura di Lorenzo Balbi e Sabrina Samorì, "Un certo numero di cose / A certain number of things".
Per Arte Fiera 2019 è stato uno dei protagonisti di Oplà, Performing activities con il progetto "Artworks that ideas can buy".


[NdR: Cesare Pietroiusti risponde alle domande a lui poste in questa rubrica da Maria Morganti]


IL CORPO DEL LAVORO

Il corpo del lavoro si forma lentamente nel tempo, nel corso della propria vita, successivamente, si pone la questione di trovare un modo per rileggere ed aprire ogni cosa. 
Affrontare un’antologica con un ragionamento parallelo al lavoro stesso, come una narrazione che scorre accanto alle forme, che dimensioni può prendere?
È forse come cercare di non separare i due punti della realtà, da una parte l’arte e dall’altra l’esistenza?

Molti anni fa, quando ho cominciato a fare dei disegni (siccome mi presentavo come artista, questa attività, per me assolutamente nuova, mi sembrava un obbligo), avevo spesso la sensazione che fosse molto difficile decidere quando un disegno era da considerarsi finito. Pur nella consapevolezza che sia le mie capacità progettuali che quelle tecniche erano molto limitate, c’era sempre un momento in cui il disegno mi sembrava tanto concluso che soltanto cominciato: sia alla fine che a metà.

Questa questione dell’incompiuto è diventata col tempo l’idea che l’opera d’arte, fra le attività umane, è quella che contiene già il futuro, poiché il dispiegamento del suo senso non avviene affatto una volta per tutte, ma è in una costante condizione di attesa. Un’attesa di rimandi, associazioni, sorprese, scoperte, ponti fra spazi e tempi diversi. A volte mi è capitato di fare un’opera per una mostra e avere la netta sensazione che stesse cadendo completamente nel vuoto e poi, anni dopo, in un contesto del tutto diverso, magari durante una lezione o una conferenza, scoprire che quella stessa opera, in un confronto discorsivo con altre persone, era in grado di sprigionare significati imprevisti anche per me. Dunque, mi chiedevo, dove (e quando) è che ho veramente “esposto” quell’opera? Nella mostra per la cui occasione era stata concepita, o in un’aula universitaria dieci anni dopo? E, per estensione, ciò non significa che ogni nuova (e qualunque!) condizione è, potenzialmente, quella ideale per l’esposizione di un’opera?

La narrazione è forse lo strumento principale per creare questi ponti temporali, questi salti di piano, queste acquisizioni di senso. Non la documentazione di un accaduto, ma il percorrere la sua possibile vitalità, il suo essere, ancora, accadente.

 

LA NARRAZIONE DI SÉ
Cosa succede quando ad un artista come te nel bel mezzo della vita si pone di fronte la costruzione di una mostra retrospettiva in un’istituzione museale?
Perché ad un certo punto si sente necessario compiere un processo di ricostruzione su di sé e sul proprio lavoro?
Cosa avviene in questa forma di reinvenzione e rilettura di sé, del proprio percorso attraverso un auto-narrazione cronologica e auto-biografica?
Come affiancare e contrapporre al processo artistico altre cose, suggestioni, pensieri, segni in riferimento alla propria vita?
Come unire alla sfera privata quella della storia?

È una sfida, divertente e forse un po’ pericolosa, perché il museo tende, attraverso la lusinga della celebrazione e della storicizzazione, a congelare i processi di trasformazione, di critica, di elaborazione del pensiero. Accettare quella sfida significa anche, nella visione retrospettiva, mettere in gioco un’autobiografia come un insieme di racconti di “fatti” di una vita, non soltanto per farne una rilettura ma per verificare quanto ogni gesto, anche piccolo o infantile, possa essere connesso ad altri gesti, ad altri eventi, ad altri desideri successivi.

È una visione a posteriori ma che evidenzia il fatto che le linee di collegamento fra le cose sono lì e sono ancora lì, come valenze aperte, pronte per nuovi legami, nuove reazioni, nuovi composti.

 

META-ARTE: IL DISCORSO SULL’OPERA COME OPERA
Questo sguardo che scorre accanto al lavoro può avvenire già nel tragitto stesso e diventare esso stesso un soggetto-opera? (Mi viene in mente ad esempio il lavoro “Self-Portait 1971-2012” di Simone Fattal dove l’artista si è messa davanti ad una telecamera, ripetutamente nel corso degli anni, raccontando sé stessa con il massimo della sincerità nella ricerca totalizzante di una persona)
Possiamo considerare la mostra stessa come un’opera?

Penso che il salto di livello e la costruzione di un pensiero “meta”, per esempio il passaggio dal pensiero di una singolarità come tale a quello di essa come elemento di una classe sia una delle più importanti funzioni della mente umana. In mostra al MAMbo c’è la ricostruzione di una raccolta di sei opere fatte tra fine anni ’70 e fine anni 2000, ma mai esposte perché, all’ultimo momento e per diversissimi motivi, mi erano sembrate sbagliate.

In questo caso, saltare di livello, dalla singola opera sbagliata al loro insieme, determina la sorprendente apparizione di un nuovo significato: la classe può essere “giusta” anche se fatta di tutti elementi sbagliati.

Negli ultimi anni ho insistito parecchio anche sul concetto di reversibilità. In “Un certo numero di cose” credo ci sia uno slittamento tra la singolarità di ogni opera e la mostra come un’unica opera fatta di tante cose, di diversa natura – oggetti che precedono l’inizio stesso di una “carriera” artistica o addirittura oggetti di arredamento: cornici che valorizzano specifici quadri (o disegni o altro) oppure elementi fondamentali di una narrazione complessiva? Uno slittamento categoriale che può andare in entrambe le direzioni. Insomma una reversibilità fra opere-costituenti-una-mostra e mostra-costituente-un’opera.

 

APRIRE L’INTERPRETAZIONE ALL’ALTRO
Come fai, se il tuo lavoro è sempre stato un modo per scardinare il sistema autoreferenziale, ad aprirti all’altro all’interno di un formato, quello della mostra antologica che di per sé celebra appunto la dimensione autobiografica?
Possiamo provare a domandare ad altre persone una visione differente rispetto alla nostra auto-rappresentazione?
Tra i due discorsi personali dell’autore, in questa sorta di doppio binario, lo svolgersi dell’opera e la sua rilettura, possiamo chiedere a loro di aggiungerne un terzo che relativizzi il nostro?
O spingendoci ancora più in là, si può chiedergli di partecipare attivamente ad un percorso di rilettura di sé e del proprio lavoro in un processo di re-interpretazione di tutto quello che è fuoriuscito da noi stessi?

Nella mostra al MAMbo il centro fisico della scena è occupato da un “ring” dove un nutrito gruppo di giovani artisti e teorici bolognesi giocano con (quindi disarticolano, reinterpretano, rimettono in scena ecc.) tutto quello che c’è intorno: sia la narrazione autobiografica che le opere di quarant’anni di attività di un artista. Lo faccio anche io, almeno in parte, insieme a loro, passando dal ruolo di testimone a quello di interprete, da quello di custode – di un ricordo, di una storia, di una ricerca – a quello di attivatore di una destrutturazione.

È bello lavorare in gruppo, poiché consente la comparsa di pensieri che appartengono a tutti e a nessuno, che sono sentiti da ciascuno come propri e anche altrui. Si tratta, certo, di condizioni temporanee ma che, allo stesso tempo, lasciano la durevole consapevolezza di una diversa visione della questione dell’autore, e di una diversa esperienza della sua presunta identità.    

 

Cara Maria,

nel ringraziarti per l’attenzione che mi dedichi, mi permetto un post-scriptum. Si racconta che John Cage, quando teneva, specie negli Sati Uniti, delle conferenze sul suo lavoro, preparava, per le rituali, obbligatorie sessioni di Q&A, le risposte in anticipo, senza quindi avere alcuna idea delle domande che gli sarebbero state poste. Come l’esperienza del lavoro di gruppo mette in questione lo statuto dell’autore, la meta-domanda “che c’entra?” mette in questione il complesso, obbligatoriamente consequenziale, domanda-risposta.

Un abbraccio,
Cesare 

 

Cesare Pietroiusti, Partita a scacchi con papà, Cortina d’Ampezzo (?), agosto 1963, foto a colori