OSSERVATORIO ARTE FIERA

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Fulvio Macciardi

Fulvio Macciardi è Sovrintendente del Teatro Comunale di Bologna. Violinista in formazioni cameristiche e orchestrali fino al 2003, dai primi anni 2000 si occupa della gestione artistica di teatri d’Opera. Dopo aver ricoperto le cariche di Direttore Generale e Direttore dell’Area Artistica e casting manager del Teatro Comunale di Bologna, è stato nominato Sovrintendente dal Ministero dei Beni Culturali nel novembre 2017.

Esiste un dibattito infinito, destinato a perpetuarsi nel tempo, legato alla modalità con cui oggi si può (per alcuni si deve!) allestire e presentare una opera lirica, specialmente quando si sia in presenza di uno dei capolavori immortali che segnano profondamente la storia dell’Italia.

Per chi segue con interesse e passione l’arte contemporanea la risposta potrebbe apparire scontata, ma io sono convinto che la scelta finale non possa mai prescindere dal contesto in cui si rappresenta lo spettacolo.

Per questo inevitabilmente sussistono “diversi” tipi di regia, legati a culture locali e nazionali, a percorsi artistici, sfide e provocazioni. Perché il tema, che spesso si sottende, sarebbe da affrontare diversamente: prevale il testo o la musica? Ad un tipo di musica, e qui prendiamo in considerazione l’ultimo capolavoro di Puccini, Turandot, summa delle straordinarie capacità del nostro compositore, che a livello mondiale sfida la supremazia duellando costantemente con Giuseppe Verdi, nessuno si sognerebbe mai di intervenire sulla parte musicale, mentre molti si sentono autorizzati ad intervenire sul libretto, sulla sua interpretazione drammaturgica, sulla sua trasposizione spazio-temporale, sulla sua attualizzazione alle tematiche dell’oggi. Non c’è una risposta corretta, mentre ci dovrebbe essere sempre una risposta intelligente, che non necessariamente deve far prevalere una logica o che sia recepibile alla prima visione.

E la risposta finale la daranno (e da qui il dibattito destinato a non concludersi mai!) lo specifico pubblico (composto differentemente a seconda dei luoghi di esecuzione dell’opera) e la critica, che tiene conto sempre del contesto, del luogo di rappresentazione, della coerenza interpretativa che può, legittimamente, far prevalere l’attualizzazione delle tematiche drammaturgiche oppure la riproposizione delle tematiche originali pensate dai librettisti.

La Turandot di cui scrivo brevemente appartiene certamente alla sperimentazione. Si prova ad unire il linguaggio visivo dei celebri artisti AES+F (che firmano video, scene e costumi) alla musica di Puccini, armonizzando i due linguaggi così diversi tramite la “mediazione” di due giovani italiani, il regista Fabio Cherstich e il direttore Valerio Galli.

Gli interpreti internazionali: Calaf, destinato a cantare all’inizio del 3° atto “Nessun dorma”, pagina conosciuta da chiunque a qualsiasi latitudine o longitudine, sarà un eccellente tenore americano, Gregory Kunde; Turandot avrà al voce del soprano cinese Hiu He, che impersonifica perfettamente il fascino orientale della regina; l’esile Liù, simbolo di comprensione, avrà la voce dell’italiana Mariangela Sicilia, ed il quarto protagonista, il severo ed infelice Timur, sarà cantato dal coreano In-Sung Sim…. Identità?

È proprio tutto questo insieme che identifica questo spettacolo, che vivrà nella sua unicità ogni sera in cui si andrà in scena, che potrà anche essere fissato su un video, ma che si realizzerà ogni volta con qualche piccola o grande differenza dalla volta precedente o successiva.

E qui vi propongo la mia chiave di lettura al quesito con cui inizia questo breve scritto.

È questo che vuole il pubblico, è questo che ricerca incessantemente la critica, è questo che dà il senso di ri-ri-ripresentare titoli già celeberrimi in nuove versioni: la meraviglia certa di poter riproporre emozioni che non saranno mai uguali, che ci faranno sognare, spesso emozionare, talvolta piangere per poi esaltarci.

Per aiutarci a rivivere dentro di noi le nostre emozioni, per condividerle con chi è seduto vicino a noi, per farci sentire di nuovo vivi dopo i piccoli continui lutti del vivere quotidiano.

Non ci sarà mai uno spettacolo visivo che mette tutti d’accordo, mentre sappiamo già che sulla parte musicale dei capolavori la soggettività sarà limitata a valutazioni personali cui nessuno conferisce valori assoluti.

P.S.: la “nostra” Turandot non ha scene, ma solo 4 enormi schermi (uno mobile!) che ci fanno immergere nella Pechino visionaria e futuribile dei prossimi cento anni, in cui il potere matriarcale della severa Turandot che uccide tutti i suoi pretendenti è alla fine lenito dalle immagini più rassicuranti possibili degli stereotipi video. Con la musica che viaggia su un altro piano, suo ed eterno. I movimenti scenici sono essenziali, i video sono straordinari e streganti, le voci riempiranno gli spazi vuoti della scena diventando protagoniste assolute… il tutto per discutere, non essere d’accordo, ricordare altre edizioni più o meno apprezzate, aspettare con legittima ansia la prossima Turandot (ovviamente, chi sperando di vederla in un certo modo, chi all’opposto!).

Grazie Teatro di farci sentire vivi!
 

▲ La Turandot è in scena al Teatro Comunale di Bologna il 29-30-31 maggio, e 1-4-5-7 giugno 2019