OSSERVATORIO ARTE FIERA

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Renato Barilli

Renato Barilli, nato a Bologna nel 1935, ha insegnato a lungo Fenomenologia degli stili al corso DAMS dell'Università di Bologna, di cui ora è professore emerito. I suoi interessi, muovendo dall'estetica, sono andati sia alla critica d'arte sia alla critica letteraria. Il testo di base del suo insegnamento è stato, per un quarto di secolo, 'Scienza della cultura e fenomenologia degli stili', ora ripubblicato presso la BUP di Bologna. Volumi riassuntivi della sua attività di docente si possono considerare anche 'L’arte contemporanea', Milano, Feltrinelli, 2005, 'Storia dell’arte contemporanea in Italia', Torino, Bollati Boringhieri, 2007, ' Arte e cultura materiale in Occidente. Dall’arcaismo greco alle avanguardie storiche' , sempre presso Bollati Boringhieri. Ha affidato le sue memorie a ' Autoritratto a stampa', Bologna, Lupetti, 2010. Cfr. anche il blog www.renatobarilli.it

Il mio primo rapporto di sostanza con Arte Fiera è avvenuto nel 1977, quando la manifestazione viveva i suoi primi anni di vita, e mi venne, dall’ottimo direttore di allora, Alberghini, l’invito di organizzare una serie di performances, non ricordo se dietro mia richiesta o se sua spontanea decisione. Mi offrì anche la somma di venti milioni di lire, consistente per l’epoca, onde organizzare l’evento. Il momento era favorevole, in quanto mi ero iscritto da poco nel Psi, entrato nella sua nuova fase con alla guida Craxi e al suo fianco Claudio Martelli, che addirittura mi chiamò a rivestire il ruolo di responsabile arti visive in sede nazionale, e in seguito mi incluse nell’Assemblea del PSI, quella detta poi, non so perché, di “nani e ballerine”, mentre invece includeva il meglio degli intellettuali dell’epoca nell’arte, a cominciare da Portoghesi. Anche in sede locale il Psi era cresciuto, e seguiva una modalità diffusa in molte città, per cui il posto di sindaco spettava a un membro PCI, ma l’assessorato alla cultura andava a un socialista, e devo dire che io approfittai largamente di questa formula riuscendo a combinare tante mostre nei centri minori del nostro Paese, ma non a Roma, dove il passo mi era contrastato dall’arroganza e dall’arrivismo di Bonito Oliva. Bologna rispettava la formula, e dunque alla guida della cultura c’era un ottimo Nino Colombari, mentre la GAM, allora situata opportunamente nel quartiere fieristico, era in mano a un esponente PCI, Franco Solmi, con cui io avevo intavolato una acerrima polemica, accusandolo di essere asservito a un’“arte di comune”, impostata da un pur illustre intellettuale come il sindaco Zangheri, tradito però dagli affetti che lo portavano a tirare la volata a certi suoi coetanei come Leonardo Cremonini e Dino Boschi, ma nel segno dell’illustre presenza di Sebastian Matta, innamorato di Bologna per la sua qualità di essere il più importante municipio del mondo occidentale a guida comunista.

A Zangheri va riconosciuto il merito di aver fatto edificare, dal troppo trascurato Leone Pancaldi, l’ottima Galleria d’arte moderna, che del resto nell’ampia visione di Pancaldi doveva essere solo il primo di due edifici, da riservare a una funzione di esposizioni temporanee, e dunque di “Kunsthalle”, con accanto un edificio similare per le collezioni permanenti, un “Kunstmuseum”. In questi giorni si sono celebrate giustamente le onoranze in ricordo di Andrea Emiliani, ma ce ne vorrebbero altre paritetiche in onore di Pancaldi, che è stato l’altra gamba, in architettura, su cui si reggeva la prestigiosa e fattiva autorevolezza di Cesare Gnudi. Ho sempre riconosciuto a Zangheri il merito di aver voluto la costruzione ex-novo di un edificio per l’arte contemporanea, poi malamente svenduto da uno dei peggiori sindaci che abbiamo avuto, sempre nel novero del PCI, Vitali, che temendo di non essere confermato a una tornata elettorale ritirò la sua candidatura aprendo la strada alla vittoria di Guazzaloca, unico candidato di destra che sia riuscito in quest’impresa, dalle nostre parti. Prima di andarsene, Vitali aveva deciso di cedere la GAM proprio all’Ente fiere, ivi compreso anche il Palazzo dei Congressi, ritenendo di fare un buon affare, andando a utilizzare un brutto edificio anni Venti, l’ex-forno del pane, che ritengo sia costato in ristrutturazione assai più di quanto il Comune abbia incassato dalla vendita della GAM, sarebbe interessante andare a vedere i conti. Motivazione di questa operazione sbagliata, il fatto che la GAM fosse in periferia, come se oggi non siano almeno i tre quarti dei bolognesi a vivere fuori dal centro storico.

Ma tornando a noi, mai e poi mai Franco Solmi, nella sua qualità di direttore della GAM, me ne avrebbe consentito l’uso per le mie da lui avversate performances, non senza qualche ragione, seppure di portata reazionaria, come tra poco mi capiterà di dire. Ma l’amico Colombari gli impose d’ufficio di concedermi quegli ampi spazi vuoti, e fu anche trovata la foglia di fico nella formula, per cui quella prima “Settimana internazionale della performance” fu fatta “alla” e non “dalla” GAM.

Noi riuscimmo a fare un miracolo, cioè a organizzare in ogni spazio della Galleria ben 50 performances concentrate in soli sette giorni. Uso il plurale a eterna memoria e gratitudine di due amici più giovani, Roberto Daolio e Francesca Alinovi, che purtroppo mi hanno lasciato a scadenze diverse, ma senza il loro aiuto io non sarei riuscito a gestire una simile mole di eventi. Che poi si sono ripetuti negli anni successivi, andando a investire via via spazi sempre più ampi. Per esempio, il secondo anno, dedicato al “Teatro della postavanguardia”, abbiamo occupato per intero il Palazzo dei Congressi, dal vestibolo all’ampia sala teatrale. Non ricordo se continuava a giungerci un contributo di Arte Fiera o da dove ci venissero i soldi, sempre però in misura modesta, tanto che solo al termine della prima Settimana ci riuscì di pubblicare, con la Nuova Foglio di Macerata, un catalogo completo dell’intera rassegna, che di recente l’attuale gestione del MAMbo, erede della GAM, è riuscita a rstampare in fototipia.

E’ inutile che qui io stia a ricordare i più memorabili di quei 50 appuntamenti che riuscimmo a realizzare, tra cui il più noto fu senza dubbio quello a firma Marina e Ulay, che si posero nudi all’ingresso della Galleria obbligando i visitatori a strusciarsi sulle loro nudità, consentendo ai già entrati di divertirsi, attraverso una ripresa video, a osservare l’impaccio di chi faceva seguito, incerto se toccare o no i seni o il membro delle due cavie. Questo spettacolo, come si sa, venne interrotto da un questurino, degno complice di Franco Solmi, che quando io gli feci osservare che il nudo femminile in quel momento era accettato sia al cinema che a teatro, mi rispose che questo era lecito in luoghi dati allo spettacolo, quindi autorizzati a mostrare il corpo dal vivo, ma nei musei il nudo poteva apparire solo se “morto”, in foto o in pittura. Era il divario tra un’arte che “rappresenta” la realtà e una di diversa impostazione che invece “presenta” dal vivo gli eventi, e ovviamente la performance introduce a questa soluzione.

Aggiungo che l’intelligente direttore Alberghini, di mente aperta, mi aveva posto una sola condizione, che cioè se qualche galleria con stand nella fiera avesse voluto presentare anch’essa qualche suo artista impegnato in performaces, noi avremmo dovuto ospitarlo. Lì per lì noi mordemmo alquanto il freno, temendo che ci venissero proposti dei casi modesti, invece fummo fortunati, perché tra quei primi espositori ci fu la Galleria Holly Solomon di New York che ci propose addirittura Laurie Anderson, col suo violino elettronico, e dunque noi fummo i primi in Europa a estasiarci, e a estasiare il pubblico, per una sua prestazione in un saletta interna della GAM. Sempre Holly Solomon propose pure Bob Kushner, che allora era il capofila del Pattern Painting, il movimento che al meglio negli Usa attestava quel ritorno al pittorico che stava caratterizzando quegli anni, in nome del postmoderno. Tanto che noi stessi, qualche tornata dopo, capimmo che bisognava passare da una performance “nuda”, diciamo a corpo libero, a una sua manifestazione “ornata”, di cui peraltro Luigi Ontani era stato buon apripista proprio nel ’77, mostrandosi in veste di Endimione dormente, circondando da una costellazione di divinità proiettate sulle pareti del salone centrale della Galleria. Tornando a Kushner, aveva concepito l’idea di svolgere uno spogliarello al contrario, di partire cioè nudo come un verme, andando poi a vestire panni diligentemente disposti in circolo attorno a sé. Naturalmente anche per lui valeva la proibizione della polizia, e infatti alcuni questurini vigilavano che il reato di nudità non venisse consumato. Kushner, apparentemente docile, si presentò in scena indossando un minuscolo slip, non resistendo però alla tentazione di calarselo a un certo punto sculettando danti alle facce allibite dei poliziotti.

Dopo la stagione delle performances un’altra mia impresa è stata quella del videoart yearbook, rassegna estiva di una serie di brevi video prodotti da artisti italiani, da proiettare in sequenza per lacune ore di durata nella sede del Dipartimento delle art visive, in Santa Cristina. Cercai di portare a conoscenza del vasto pubblico questa mia nuova impresa, ma con minore successo. Avevo chiesto proprio al Palazzo del Congressi, dipendente dall’Ente fieristico, di far uso di una saletta dell’ex-GAM per mostrare una sintesi delle nostre rassegne video, ma evidentemente non potevo pretendere che i visitatori della Fiera ritornassero in serata, tentati di intercettarli al momento della chiusura delle visite, ma questi, stanchi, affamati, e anche di gusti abbastanza tradizionali, non accoglievano per nulla l’invito ai nostri video, sciamavano via indifferenti.

Invece ho potuto approfittare della nascita di Art City, vale a dire di quella selva di eventi creati attorno alle recenti edizioni di Arte Fiera. Come si sa, dal 2011 ho deciso di richiamare ogni anno uno dei protagonisti delle gloriose “Settimane”, scegliendo la sera del venerdì, nel quadro delle nuove edizioni di Arte Fiera, e naturalmente cominciando con Marina Abramovic. A finanziarmi ora era il programma Unibo cultura del nostro Ateneo, che addirittura nel caso di Marina, accettò di offrirmi l’aula magna di Santa Lucia, col limite, imposto per ragioni di sicurezza, di 750 posti. Fu un successo clamoroso, tutti i posti subito riempiti, con folla esclusa tumultuante all’esterno nel tentativo di forzare le porte, e dunque anche in quel caso, ma per ragioni ben diverse, dovette intervenire la polizia per frenare un eccesso di ardore. Poi l’Università mi ha negato quello spazio, è venuto in mio soccorso il Comune concedendomi la Sala Borsa, dove infatti si sono svolti molti appuntamenti, fino a due anni fa, quando anche quello spazio è stato negato perché interessato a una ristrutturazione, e allora siamo emigrati in uno spazio-laboratorio di cui dispone il Dipartimento delle arti, in cui siamo rifluiti anche noi, del settore Arti visive. E’ pure cessato, al momento, un finanziamento da parte di Unibo Cultura, vivacchiamo di qualche contributo del Dipartimento stesso, e diciamo pure che contribuisco io di tasca mia a integrare i magri bilanci. 
 

Imponderabiliaperformance di Marina Abramović e Ulay
Settimana internazionale della Performance, Galleria Comunale d'Arte Moderna di Bologna, 1-6 giugno 1977


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