OSSERVATORIO ARTE FIERA

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Riccardo Venturi

Riccardo Venturi è storico e critico d’arte contemporanea. Ha pubblicato tra l’altro Mark Rothko. Lo spazio e la sua disciplina (Electa 2007), Black paintings. Eclissi sul modernismo (Electa 2008) e Passione dell’indifferenza. Francesco Lo Savio (Humboldt Books 2018). Responsabile del public program della Fondazione ICA di Milano, scrive per cataloghi di mostre, pubblicazioni accademiche e non, cartacee e digitali, tra cui “Artforum”, “Alias - Il Manifesto”, “Flash Art”, “Doppiozero” e il sito di scritture e immagini “Antinomie”, www.antinomie.it, che ha co-fondato. Insegna all’Accademia di Brera, alla NABA e altrove. Attraversa spesso i confini – non solo geografici – tra la Francia e l’Italia. Per Arte Fiera 2020 è stato membro della giuria del Premio per la Pittura Mediolanum, assegnato a Michael Bauer con l'opera Homeebottler.
https://independent.academia.edu/rventuri
 

Ventriloquie

Succede che fai ricerche sull’uso dello schermo in Fabio Mauri. Disponi sul tavolo una serie di fotografie di Intellettuale, proiezione filmica, scultura e performance realizzata in occasione dell’inaugurazione della Galleria comunale d’arte moderna di Bologna il 31 maggio 1975. Succede che lo sguardo vaga da un dettaglio all’altro e passa dal primo piano – il corpo di Pasolini trafitto se non crocifisso dal suo stesso film Il Vangelo secondo Matteo per 133 minuti – allo sfondo. Attraverso le vetrate d’ingresso del museo intravedi una mostra installata al suo interno, quella sul dadaismo francese e internazionale.

Finché fai un soprassalto, riconoscendo in quelle vetrate un’altra performance del giugno 1977, due anni dopo: Imponderabilia. I giovanissimi Ulay e Abramovic senza veli, impassibili, piedi divaricati, uno di fronte all’altro, due statue viventi in mezzo alle quali il pubblico deve passare per penetrare all’interno. Impossibile, anche per chi si fa piccolo, passare il pertugio che resta tra i due corpi senza strusciare i seni di lei o il pene di lui. Per ostruire ancora più il passaggio Ulay e Abramovic hanno collocato due pareti bianche dietro di loro.

Succede così che, lo sguardo erratico, cominci a fantasticare su un incontro tra i quattro davanti l’ingresso del museo bolognese: Pasolini (scomparso in realtà cinque mesi dopo Intellettuale) e Abramovic da una parte, Mauri e Ulay dall’altra. Per qualche ragione non riesci a immaginarti Pasolini che dialoga con Ulay e Mauri che dialoga con Abramovic. “La parola Salò le dice qualcosa?”, “Cosa pensa dei ritratti di Warhol?”, chiede Pasolini ad Abramovic; “Da giovane ho subito più di trenta elettroshock”, confessa Mauri a Ulay; poi il primo parla degli schermi con la scritta The End e il secondo del suo recente Fototot con le foto che si anneriscono e svaniscono sotto gli occhi degli spettatori.

La memoria dell’arte non vive solo nella storia che accade e si tramanda per iscritto, per voce, per immagini fisse e in movimento, ma vive negli spazi fisici in cui si è prodotta – anche quando non sembra lasciare tracce visibili. Così accade quando, girando per una mostra in uno spazio espositivo familiare, una mostra precedente tenuta in quelle stesse sale fa capolino finendo per sovrapporsi in modo fantasmatico.

Le opere diventano la voce ventriloqua di altre opere.

E se la storia dell’arte contemporanea e delle sue esposizioni non fosse altro che una ventriloquia, a volte intonata, a volte stridente? Una drammaturgia ventriloqua: questo pensi.

Succede così che, abbandonando la straziante linearità della storia impartitaci a scuola e all’università e mettendola in cerchio se non a spirale, ti chiedi in che rapporto siano Intellettuale e Imponderabilia. Quale di queste due è il fantasma dell’altra, quale è la voce ventriloqua e cosa dice? In che punto si attraggono e si respingono? Cosa c’è nelle pieghe di una che si ritrova dispiegato e potenziato nelle pieghe dell’altra? Cosa scaturisce dall’incontro tra Intellettuale e Imponderabilia in una città fluxus come era allora Bologna?

Succede infine che imbastisci un’accesa conversazione a quattro tra Pasolini, Mauri, Abramovic e Ulay; discutono di Piero Camporesi e di Giuliano Scabia, di lunari e di pantomime, del rapporto tra lo sguardo e il desiderio e tra il corpo e le passioni.
 


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