IN MOSTRA

ZIG ZAG TRA LE OPERE IN
COMPAGNIA DI STEFANO ARIENTI

Dal 2019, a ogni edizione, Arte Fiera commissiona a un affermato artista italiano una nuova creazione di grandi dimensioni, che viene presentata in anteprima negli spazi fieristici. Per l’edizione del 2021 era stato scelto Stefano Arienti, uno degli artisti italiani più significativi della sua generazione. Arienti aveva immaginato un progetto, ma la cancellazione della manifestazione ha reso impossibile realizzarlo. In discussione con l’artista, e in collaborazione con Istituzione Bologna Musei | MAMbo - Museo d’Arte Moderna di Bologna, un nuovo progetto digitale è stato concepito per il contesto, e nello spirito, di PLAYLIST. Arienti ha esplorato - a distanza, sul suo computer - la collezione permanente del MAMbo, inclusa la parte non esposta, e ha scelto un’ottantina di opere, dagli inizi del XX secolo ai giorni nostri, che lo hanno colpito.

La sua selezione è disponibile qui di seguito, introdotta dall’artista stesso. Le opere - molte delle quali poco note, insolite, curiose - sono suddivise in piccoli gruppi, non in base alla cronologia e alle scansioni della storia dell’arte, ma secondo criteri mutevoli e capricciosi: la ricorrenza di una forma, di un colore, di un tema, eccetera. Il carattere ludico di queste mini-sezioni si annuncia già nei loro titoli: “Cosmicomiche”, “Baracche sopraffine”, “Che cubo!” e molti altri, che vi lasciamo il piacere di scoprire. È un gioco, ma un gioco intelligente: un tentativo di guardare l’arte con immediatezza, senza le griglie interpretative della storia dell’arte e, come specifica l’artista nel titolo del suo percorso, “senza giudizio”.

Per Arienti, si tratta della terza esplorazione di una collezione pubblica italiana d’arte moderna e contemporanea, dopo quelle condotte a Museion di Bolzano (-2 + 3, in collaborazione con Massimo Bartolini, 2011) e a Villa Croce di Genova (Finestre Meridiane, 2017, in cui aveva mescolato le proprie opere a quelle appartenenti al museo). Alla terza “incursione”, si può parlare di un vero e proprio filone di ricerca; un filone del tutto coerente con il lavoro dell’artista milanese, basato in larga parte sull’appropriazione e rielaborazione di immagini altrui (non di rado provenienti dalla storia dell’arte) ma con una finalità specifica e autonoma: quella di indagare come, e in quale misura, l’arte degli ultimi decenni sia documentata nelle collezioni pubbliche italiane. 

La mostra sarà fruibile online fino a fine marzo.       

image: STEFANO ARIENTI

STEFANO ARIENTI

Nato ad Asola (Mantova) nel 1961, dal 1980 si trasferisce a Milano, dove risiede tuttora. Nel 1986 si laurea in Scienze Agrarie con una tesi di virologia. Partecipa alla prima mostra collettiva nel 1985 alla ex fabbrica Brown Boveri, dove incontra Corrado Levi, il suo primo maestro. Ha frequentato l'ambiente artistico italiano, assieme ad altri giovani artisti, nel momento di rinnovamento successivo alle stagioni dominate dall'Arte Povera e dalla Transavanguardia. Ha tenuto una serie di mostre personali in gallerie e istituzioni d'arte italiane e straniere, fra cui il Museo MAXXI Roma, La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo Torino, Le Fondazioni Querini Stampalia e Bevilacqua la Masa Venezia e Il Palazzo Ducale di Mantova. Negli Stati Uniti: ArtPace San Antonio Texas e Isabella Stewart Gardner Museum Boston. Ha partecipato a numerose mostre collettive in Italia ed all'estero, fra cui le Biennali di Venezia, Istanbul e Gwanjiu. Ha viaggiato soprattutto in Europa, Nord America e Asia, partecipando pure a programmi di residenza per artisti negli Stati Uniti a San Francisco, Boston e San Antonio, Nuova Dehli India e Clisson Francia. Ha insegnato all'Accademia di Belle Arti Giacomo Carrara di Bergamo e all’Università IUAV di Venezia.

Zig zag nella collezione del MAMbo


Una passeggiata nella collezione, una sequenza soggettiva e non un vero progetto curatoriale. Esclusivamente col materiale pubblicato sul sito del Museo, che offre la rara occasione di vedere tante opere. Cercando gli artisti che volevo trovare, ma che non ci sono, come Marisaldi o Cuoghi Corsello, ma trovando invece tantissimi altri che non mi aspettavo.

Il primo criterio è stato quello di concentrarmi sui nomi e le opere che conosco meglio e di cui il MAMbo ha una ricca raccolta, in particolare sui giovani "ottantenni", artisti degli anni Ottanta del Novecento, avidamente collezionati dal Museo. Ma la selezione risultava un poco piatta e troppo poco rappresentativa. Così mi sono spinto attraverso tutta la collezione, sia nel Novecento che nel resto della raccolta storica, indietro fino a due secoli fa.

Il Museo ha una raccolta principalmente italiana, molto attenta all'ambito locale ma disomogenea. Così, per trovare le pepite preziose c'è tanta ganga da setacciare e c'è ancora tanto oro da portare nel tesoro.

L'idea di presentare i lavori a coppie mi è venuta scoprendo le opere di Martegani e Dellavedova che erano nate assieme in occasione di una mostra allo Studio Guenzani di Milano nel 1988, e di cui ho un ricordo personale. C'è un Assolo per cominciare e si può finire con uno ZZZ…,   quasi alfabeticamente.

Non ho costruito un racconto e non c'è un percorso di visita. Gli accostamenti si possono scoprire anche casualmente.

Non ho incluso Morandi, ma ho trovato due opere di Cragg e Mazzucconi che potrebbero fargli compagnia; e non ci sono i capolavori più famosi, come I funerali di Togliatti di Guttuso, che già da soli meritano un pellegrinaggio artistico a Bologna.

Volevo inserire un sacco di nomi in più, come Moreni, Morlotti e Pozzati, ma faticavo a trovare accostamenti giusti e non si deve essere prolissi. Qualche nome e qualche opera sembrano ripetersi: un po' per la contingenza di accostamenti felici, un po' per la tentazione di insistere su alcune cose.

La qualità delle immagini che ho trovato non è sempre buonissima, ma questa esposizione non può e non vuole essere sostitutiva di una visita dal vero. Speriamo che molte delle opere non rimangano sempre nei depositi del museo.

Infine, date sempre un’occhiata alle misure reali delle opere nelle didascalie.
 

PS.
Scrivo con l'ascolto del flauto malgascio "sodina" di Rakotofrah e il suo gruppo assieme al richiamo della merla che viene a beccare sul balcone coperto di neve.

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