OSSERVATORIO ARTE FIERA

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Francesca Passerini e Claudio Calari

FRANCESCA PASSERINI
Storica dell’arte e archivista, dal 2007 lavora presso la Raccolta Lercaro di Bologna, presso la quale si è occupata di studi relativi alla collezione d’arte, curatela di mostre e attività di formazione rivolte a pubblici di ogni genere. È socio ICOM-Italia e ha all’attivo diverse pubblicazioni, specialmente sull’arte del Novecento. Dal 2020 è Direttore della Raccolta Lercaro.

CLAUDIO CALARI
Laureato al DAMS, ha frequentato il Master in “Marketing e Comunicazione dei beni e servizi culturali” presso Il Sole 24 Ore (Milano). Si è poi diplomato al Conservatorio G.B. Martini di Bologna conseguendo la Laurea triennale in Sassofono Jazz. Dal 2010 lavora presso la Raccolta Lercaro, dove è responsabile marketing, area tecnica ed eventi speciali.

Opere della Raccolta Lercaro sono state esposte all’interno del ciclo Courtesy Emilia-Romagna ad Arte Fiera 2020 (mostra L'opera aperta) e 2019 (mostra Solo figura e sfondo).
  

In occasione di Arte Fiera 2020 la Raccolta Lercaro ha proposto una mostra di Ettore Frani, artista giovane ma con collaborazioni importanti alle spalle e un rapporto di lunga data con Bologna. Qui, infatti, Ettore si è specializzato all’Accademia di Belle Arti trovando largo apprezzamento nel mondo delle gallerie e del collezionismo privato. Anche col museo l’amicizia non è nuova, ma nata nel 2011 in occasione di una collettiva. Da allora non ci siamo mai persi di vista.
La mostra Le dimore del pittore – questo il titolo – è stata pensata da subito come un piccolo cantiere di sperimentazioni rispetto alle consuetudini del museo. La prima novità è stata quello di strutturarla come un work in progress “affacciato” sulla ricerca dell’artista, che, in momenti diversi (25 gennaio, 3 aprile), ha sostituito e sostituirà alcune opere con altre.
Il tema portante di ogni capitolo rimane lo stesso: l’autoritratto interiore. Frani ha concepito ogni singolo lavoro come testimonianza di quel momento speciale ma fugace in cui l’uomo fa esperienza di una profonda apertura dell’anima all’essenza vitale della realtà.
Intermediarie di questo incontro sono, per lui, le situazioni tangibili del suo vissuto: un barattolo di acquaragia, i pennelli, la tavola di casa, la visione di un cielo stellato… Il risultato è una poetica di “ascolto” del quotidiano rivelatore di infinito.
A essere sinceri, non c’è da nascondere la difficoltà che si prova la prima volta in cui si cerca di entrare nelle maglie di queste opere, costruite col solo bianco/nero. Opere difficili a un primo impatto, ma capaci di rivelarsi passo passo con una forza sorprendente.
Ciò che è accaduto è che, da gennaio ad oggi, ogni mattina una sosta in museo si fa sempre. Perché queste opere attirano e lo fanno in un modo a cui non siamo abituati: lentamente, con poesia.

A me, Francesca, a un certo punto è balenato nella mente un parallelo: lo stesso effetto me lo fa Giorgio Morandi incisore. È un azzardo? Chi può dirlo… l’arte attinge all’umano e quando si parla dell’uomo è difficile tracciare linee di confine nette e immutabili tra un territorio e l’altro. Dunque lo scrivo: per certi aspetti le opere di Ettore mi richiamano in memoria le incisioni morandiane. Non sul piano della grafica e della tecnica, è evidente. Ma su quello teorico, ontologico.
Anche con Morandi all’inizio fai fatica, ma ogni volta che ci riposi sopra lo sguardo vedi – vedi proprio, con gli occhi interiori – cose nuove. Poi su tutto c’è la bicromia. Anche in Frani, come nel caso delle incisioni, in realtà il colore è uno solo: il nero d’avorio (bianco nel nero!).
Frani opera in modo singolare: lavora su una tavola di legno laccata di bianco, vuota come una pagina da scrivere, come la lastra metallica che l’incisore sgrassa e cosparge di vernice prima di tracciarvi i solchi. Su questo bianco abbozza contorni col nero impastato di olio di lino per poi, subito dopo, spanderlo o toglierlo: con strumenti diversi lo aggrega, lo spalma, lo elimina calibrando ogni volta in modo preciso la pressione esercitata dalla mano. È una pittura per sottrazione e addensamenti: forme, volumi e chiaroscuri nascono da una gestualità studiata, sapiente, mai casuale.
Questo procedere mi ricorda, nella sua essenza, la meticolosità del gesto di Morandi, il suo calibrato studio di ogni singolo tratteggio, la valutazione della più piccola variazione di segno e, quindi, di luce e ombra. Solo che in Frani l’azione gestuale coincide con il conferimento delle tonalità, che nel processo di stampa è affidato invece all’inchiostratura della matrice. La sintesi finale concettualmente non è diversa: dalla quantità di nero che l’artista mette e toglie dipende la resa complessiva e soprattutto il chiaroscuro. Come Morandi, anche Frani sottrae l’inutile e lo fa con consapevolezza: il suo intento non è descrivere o raccontare, ma dare una possibilità visiva a quella parte di verità che si rivela in un breve momento di incontro personale. La scelta della bicromia come cifra stilistica, perciò, non è casuale, ma dovuta a quelle stesse ragioni che, da secoli e pur nelle differenze, spingono molti artisti a confrontarsi con la pratica incisoria: andare all’essenza pura, prima e originale delle cose suggerendola, non imponendola. Visti così, sulla linea degli intenti, a me Frani e Morandi incisore non sembrano così distanti.

Il secondo aspetto innovativo riguarda la progettazione di due appuntamenti performativi, curati da me, Claudio. In realtà la musica della performance è nata prima che la mostra avesse inizio: osservando le foto delle opere inviate dall’artista, mi sono permesso di registrare una breve traccia musicale che gli ho inviato come gesto di gratuità e di dono, in segno di riconoscimento della capacità delle sue opere di toccare tasti della profondità dell’animo.
Si è creata da subito una grande sintonia e dallo sviluppo di questa traccia musicale sono nati tre “movimenti” sonori che seguono il flusso e il senso della mostra. L’intento di questo tappeto sonoro è stato quello di far entrare lo spettatore ancor più in contatto con i lavori dell’artista, alla ricerca di un “oltre”.
John Cage, dopo la famosa composizione 4′33″ del 1952, sostenne che “anche il silenzio è gravido di suoni”: penso che sia l’esempio più calzante per spiegare il brano composto per Frani, perché il suo sviluppo si articola attraverso l’uso di quel silenzio inteso da Cage. La composizione rinuncia a qualunque intenzione ornamentale, traducendosi in una lenta e dilatata mutevolezza armonica con una melodia estremamente rarefatta. La musica, così, può giocare su elementi minimi del tessuto sonoro con bordoni e armonici che assumono funzione quasi “rituale”. Il suono non viene mai utilizzato con la finalità di riempire lo spazio, ma piuttosto con quella di costruirlo, svilupparlo, comprenderlo.
La performance acquista un senso con l’intervento di Valerio Longo, danzatore e coreografo professionista di grande talento, che ha la sensibilità per mettersi in gioco esprimendo, attraverso la gestualità del corpo, in modo mai didascalico, le tensioni e le emozioni che l’atto della pittura custodisce, senza cadere in rappresentazioni deboli e leziose.

Francesca Passerini e Claudio Calari

Ettore Frani, L'opera del pittore III, 2019, cm 63x55, olio su tavola laccata
Photocredit: Paola Feraiorni


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